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Nov 21

Quanto è affidabile l’intuito?

1. Introduzione

Nel bestseller “The Gift Of Fear”, Gavin de Becker definisce l’intuito come il nostro sistema di difesa antimissilistico per eccellenza che ci protegge in caso di pericolo. Nella prospettiva di de Becker l’intuito è una risorsa che funziona un po’ come un radar che scandaglia l’ambiente in cerca di potenziali minacce. L’intuito si colloca fra i processi che sono attivi sotto la soglia della consapevolezza ed è capace di produrre collegamenti istantanei che ci fanno vedere al di la delle apparenze (il viaggio da A a Z senza passare per le rimanenti lettere). Fra i modi in cui l’intuito comunica con noi troviamo sensazioni opprimenti, pensieri ricorrenti, curiosità, sospetto, disagio ed infine paura. Eppure a volte l’intuito fallisce clamorosamente e prendiamo delle fregature enormi. Come mai? L’intuito è effettivamente così efficace?

2. Cos’è l’intuito

Innanzitutto occorre darne una definizione. La parola intuito deriva dal latino “intueor” che significa guardare dentro, prestare attenzione, occuparsi di, badare. E’ interessante notare come la stessa parola possa avere un collegamento con il verbo “tuere” fra i cui significati sono riportati: proteggere, difendere, salvaguardare e tutelare, quest’ultimo quello che più ha conservato la somiglianza con la forma latina. Se nella vita quotidiana siamo più abituati a correlare l’intuito con un improvviso colpo di genio, l’etimologia della parola mette in luce la connessione con la nostra sicurezza.

Adottando un approccio più scientifico cosa possiamo dire riguardo l’intuito? Le neuroscienze hanno ormai ampiamente dimostrato che la maggior parte dei processi che guidano la percezione e le decisioni avvengono a livello inconscio, vale a dire sotto il livello di consapevolezza della persona. Funzionano in modo automatico, spesso non possono essere interrotti e soprattutto consumano pochissime risorse. Come disse Simon, uno dei padri dell’Intelligenza Artificiale, l’essere umano è un sistema a razionalità limitata. Abbiamo un certo numero di risorse disponibili che deve essere diviso fra tutti i processi che sono in funzione: più un processo è esoso in termini di risorse cognitive, meno risorse sono disponibili per eseguirne altri. Per fare un esempio molto semplice, eseguire a memoria un’operazione aritmetica come 123*7 richiede più concentrazione rispetto a sentire la musica in cuffia mentre si cammina per la strada. Questo comporta che, per evitare di rimanere paralizzato da processi di analisi (un po’ come quando il cursore di Windows diventa una clessidra che comincia a girare) il cervello prediliga tutti quei processi che consumano poche risorse, vale a dire quelli inconsci.

3. Elaborazione automatica ed elaborazione consapevole

Per arrivare a produrre un dato il cervello ha due strade: avvalersi di un processo analitico (razionale, esoso di risorse e che necessita di molti dati) o in alternativa optare per scorciatoie, le così dette euristiche. Le euristiche permettono di risparmiare risorse, funzionano anche con pochi dati a disposizione ma per contro non garantiscono un risultato certo. Se nella vita di tutti i giorni un risultato non perfetto ma buono abbastanza è più che sufficiente per garantire la sopravvivenza e l’efficacia nella maggioranza dei casi, il problema si presenta piuttosto nella minoranza dei casi.

Tre esempi di euristiche:

  • Euristica della disponibilità: considerare più probabile un evento sulla base della facilità con cui il dato viene richiamato alla memoria. La facilità è diversa dalla probabilità. Per esempio possiamo considerare più probabile un disastro aereo rispetto ad un incidente in auto, perché quello aereo è più saliente e si è impresso più vividamente nella nostra memoria. La statistica dice invece che è molto più probabile avere un incidente in auto mentre ci si reca in aereoporto.
  • Euristica della rappresentatività: considerare una persona membro di una categoria sulla base di quanto gli attributi rispecchino quella categoria. Ad esempio decidere che un immigrato è un criminale piuttosto che un professore universitario, perchè l’avere la pelle di un certo colore rappresenta meglio l’immagine di criminale. Le statistiche ancora una volta riportano il contrario.
  • Euristica della maggioranza: adottare l’opinione della maggioranza sul presupposto che quello che pensa la maggior parte della gente sia in automatico la scelta migliore.

Comincia quindi a delinearsi un aspetto fondamentale: l’intuito non è geneticamente trasmesso ma si forma sulla base delle esperienze del soggetto, dei suoi modi di pensare, dell’ambiente e della cultura in cui vive. Al variare di queste, varia l’intuito.

4. Sterotipi, pregiudizi e distorsioni

Le euristiche non sono gli unici fattori responsabili nel processo di decisione. Infatti a livello inconscio contribuiscono anche altri aspetti quali:

  • Stereotipi: credenze sugli attributi personali di un gruppo di individui. Per esempio uno stereotipo dell’italiano può essere che quando parla deve gesticolare, che ama il calcio e la pizza.
  • Pregiudizi: valutazioni estremamente negative, rigide e date spesso senza conoscenza diretta su un gruppo ed i suoi membri. Ad esempio un pregiudizio può essere ritenere le donne inferiori.
  • Bias cognitivi: processi di distorsione attraverso cui filtriamo la realtà. Sono molti, qualche esempio veloce: siamo portati a cercare le informazioni che confermano il nostro punto di vista e scartare quelle che lo falsificano (bias di conferma), partiamo dal presupposto che le persone quando ci parlano ci stiano dicendo la verità (bias di verità), tendiamo a sovrastimare il nostro contributo, ad attribuire il merito ai nostri tratti disposizionali positivi e non alle circostanza (bias a servizio del sé), a pensare che il nostro gruppo sia il migliore, il più meritevole ed il più morale (bias a servizio del gruppo).
  • Effetto priming: l’attivazione di particolari associazioni nella memoria. Immagina che i concetti dietro le parole siano collegati fra di loro (per esempio a “sole” potresti avere collegato caldo, giallo, estate, abbronzatura, occhiali scuri, vacanze, riscaldamento globale…): questo intreccio prende il nome di rete semantica. Generalmente uno di questi concetti esprime la valenza, vale a dire la valutazione positiva o negativa che associamo al quel concetto. Uno stesso oggetto, una persona o una situazione può richiamare concetti, valutazioni e sensazioni diverse sulla base delle associazioni presenti nella memoria della persona: queste infatti guideranno la percezione dei dati che verranno elaborati successivamente. Ad esempio, quando conosci una persona nuova, potresti tendere a percepirla positivamente se uno dei primi dati che hai processato è che ascolta la tua stessa musica.

Tutte queste componenti vengono attivate, si intrecciano a formare un filtro che guida, seleziona, screma, organizza i dati sensoriali che provengono dall’esterno. Il tutto in modo rapido, incontrollato ed inconsapevole. E’ facile comprendere come il risultato finale sia diverso non solo da persona a persona ma anche per la stessa persona sulla base di quali sollecitazioni arrivino per prime, sulla base di quali vengano considerate più salienti (vale a dire più importanti), sulla base di quali dati vadano invece persi (per esempio a causa della distrazione), sulla base della motivazione a creare una valutazione approfondita o sul tempo a disposizione.

Un soggetto può quindi facilmente pilotare la valutazione di un’altra persona, fornendo proprio quei dati che vengono riconosciuti come più salienti ed usati come mattoni per costruire le fondamenta della valutazione dell’altro. Fra le tecniche che vengono più frequentemente impiegate, si trovano il fascino e la gentilezza. Non si tratta di caratteristiche della persona (come ad esempio potrebbe trattarsi del colore degli occhi, dell’altezza, del peso…) quanto di vere e proprie strategie comportamentali: fascino deriva dal verbo “affascinare” (nota come suona in modo diverso “è una persona affascinante” da “quella persona ha esercitato un’azione di fascino su di me”), mentre la gentilezza viene fatta sempre col fine di ottenere un vantaggio (la gentilezza stimola il circuito dopaminergetico della ricompensa, il che è un vantaggio per la specie). Mostrarsi gentili per primi stimola due norme sociale: quella della reciprocità (aspettativa in base alla quale gli individui prestano soccorso ed aiuto e non danneggiano coloro da cui hanno ricevuto aiuto e soccorso) e quella della responsabilità sociale (dovere morale di aiutare le persone che dipendono dal nostro intervento).

5. Consapevolezza informata

A questo punto possiamo definire l’intuito come un processo di decisione attraverso cui arriviamo a sapere immediatamente qualcosa senza ragionamento o analisi. Si delinea quindi un quadro dove l’intuito non solo è culturalmente formato ma è anche facilmente influenzabile, tanto da spinte interne alla persona quanto esterne. Che cosa comporta tutto questo?

L’intuito sicuramente presenta punti di forza e debolezze. Affidarsi ciecamente all’intuito può portare a conseguenze spesso non pianificate. Se non hai mai fatto paracadutismo, ti affideresti all’intuito per sapere quando aprire il paracadute? Allo stesso identico modo, perché dovresti pensare che il tuo intuito ti possa sempre salvare in qualsiasi situazione? Se non sai come operi un predatore, come può saperlo il tuo intuito? Se non sai che un predatore sessuale pensa, si comporta ed opera in modo diverso da un partner abusante, come può saperlo il tuo intuito?

Pensare in questo modo è un po’ come ritenere che l’antivirus sul proprio computer sia sempre efficace anche se non viene aggiornato: l’intuito rimane una risorsa estremamente importante, a patto che si impari a conoscere come funzioni, quali processi lo controllino, quali siano i punti di forza e quali i limiti.

Si tratta quindi di fare un passo in avanti ed introdurre il concetto di “consapevolezza informata”: una forma di intuito più consapevole, strategica ed in aggiornamento.

Personalmente penso – e questo è solo il mio parere personale – che l’intuito non serva a nulla se pensi che sia infallibile e che ti protegga in qualsiasi situazione: due distorsioni che si chiamano “fenomeno dell’eccessiva fiducia in se stessi” (la tendenza ad essere più sicuri che corretti, sovrastimando l’esattezza delle proprie credenze) ed “illusione del controllo” (la percezione che eventi incontrollabili siano soggetti al controllo di qualcuno o siano più controllabili di quello che in realtà sono).

Per contro l’intuito diventa una risorsa se:

  • dedichi del tempo a comprendere come funzionano i processi di pensiero (bias, euristiche, pregiudizi, priming, effetto primacy e recency…);
  • dedichi del tempo a conoscerti, ad osservarti in varie situazioni, a comprendere come prendi le decisioni e quali effetti hanno prodotto;
  • dedichi del tempo a comprendere come funzioni una dinamica abusante;
  • dedichi del tempo ad imparare quali sono i segnali di pericolo che possono precedere una relazione abusante;
  • dedichi del tempo a sviluppare autostima;
  • dedichi del tempo a comprendere quali sono i segnali con cui l’intuito comunica con te;
  • coltivi la tua persona, i tuoi hobbies, il tuo giardino interiore;
  • ti poni obiettivi che ti fanno crescere;
  • continui a mantenerti aggiornata;
  • sei disposta a chiedere aiuto;
  • ti concedi la possibilità di fermarti ad ascoltare i segnali che ti manda l’intuito;
  • accetti la possibilità di aver sbagliato e di dover cambiare strada;
  • ti abitui a dire “NO” quando è una barriera positiva;
  • ricerchi la felicità.

Come vedi la maggior parte dei punti riguarda l’investimento di una certa quantità di tempo: questo perchè non esistono formule magiche, non esistono elisir, non esistono scorciatoie. Uscire dalla violenza è un processo, esattamente come proteggersi. Richiede tempo, richiede risorse, richiede motivazione.

Però ne vale la pena.

Se vedum prest,

Jacopo

Bibliografia

  • “Psicologia sociale” di Myers, Twenge, Marta e Pozzi – edizioni Mc Graw Hill, 2017;
  • “Psicologia generale” a cura di Paolo Cherubini – Raffaello Cortina Editore, 2012;
  • “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman – Mondadori, 2016;
  • “Trappole mentali” di Matteo Motterlini – best BUR, 2015;
  • “Mastermind. Pensare come Sherlock Holmes” di Maria Konnikova – Ponte delle Grazie, 2016;
  • “Dangerous Instincts: Use an FBI Profiler’s Tactics to Avoid Unsafe Situations”, di Mary Ellen O’Toole – edizioni Plume, 2012;
  • “The Gift Of Fear” di Gavin de Becker – edizioni Dell, 1997.

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