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Set 23

Come valutiamo le persone?

Ti sarà sicuramente capitato almeno una volta nella vita di esserti ritrovata in quella situazione in cui eri certa di aver compreso perfettamente chi avevi di fronte per poi accorgerti di aver fatto un clamoroso buco nell’acqua. Se può consolar, è convinzione diffusa quella di ritenersi ottimi valutatori sociali, vale a dire persone in grado di comprendere un’altra persona al primo sguardo. Purtroppo però l’esperienza insegna che non sia poi così vero tanto è vero che prima o poi tutti andiamo in contro a dolorosissimi frontali relazionali. Se da un lato ogni persona è un mondo a parte e le relazioni sociali sono certamente un campo dinamico complesso, è anche pur vero che prendiamo decisioni e compiamo valutazioni sulla base di processi automatici dei quali non abbiamo la più pallida idea.
Come mai prendiamo delle cantonate micidiali? Quali sono i processi e le strategie che impieghiamo per comprendere chi abbiamo di fronte?

A venirci in aiuto oggi è il modello di Gilbert che organizza la percezione sociale in tre fasi: categorizzazione, caratterizzazione e correzione.

  1. Categorizzazione. Immagina di entrare in una stanza e di trovarla in disordine: è difficile muoversi e sapere cosa c’è. La situazione cambia mano a mano che fai ordine disponendo i vari oggetti dentro cassetti ed armadi: ogni cosa trova la sua collocazione, diventa più facile recuperarla nonchè muoversi per la stanza. Quando incontriamo una persona per la prima volta, abbiamo la necessità di comprendere nel modo più veloce possibile chi ci troviamo di fronte: siamo esseri sociali e ci piace un mondo stabile, perchè permette di anticipare, fare previsioni e programmare. I nostri cassetti ed armadi mentali sono atteggiamenti e stereotipi, che ci aiutano ad organizzare e gestire l’enorme flusso di stimoli che arriva dai cinque sensi. Il processo di categorizzazione consiste in una prima interpretazione dei dati sensoriali, attraverso quelle pochissime informazioni di cui disponiamo: apparenza fisica e comportamento. Ci costruiamo una primissima bozza di idea sulla base di come quella persona è vestita, parla, si comporta e la inquadriamo attraverso i nostri atteggiamenti, stereotipi, pregiudizi e convinzioni. Per fare questo non ci serviamo di tutti i dati a disposizione ma facciamo riferimento a quelli più salienti, vale a dire quelli che per un qualsiasi motivo riteniamo più importanti e che attraggono la nostra attenzione. Non tutti i dati sono salienti allo stesso modo e non tutte le persone considerano salienti gli stessi dati allo stesso modo: questo vuol dire che persone diverse possono percepire in modo diverso una stessa persona ed attribuirla quindi a due categorie differenti. Indipendentemente dalla salienza, per un effetto di primacy i primi dati condizioneranno l’interpretazione dei successivi. Per fare un esempio, se riconosco quei segnali che mi indicano un prete (vestito nero, croce in spilla, colletto bianco…) mi si attiverà la categoria “prete”, se riconosco invece segnali che mi indicano uno skin head (testa rasata, bomber o giubbotto di pelle nero, anfibi, croci celtiche…) mi si attiva la categoria “skin head”.
    Selezionare una categoria è solo il primo passo, perchè è un po’ come il bordo di una figura: ne traccia il contorno ma poi ha bisogno di essere riempita.
  2. Caratterizzazione. E’ il processo durante il quale inferiamo le caratteristiche disposizionali capaci di elicitare il comportamento osservato. Vale a dire: perchè la persona si comporta così? Il comportamento osservato trova un suo senso solo nel momento in cui siamo capaci di attribuire una causa. E nel farlo solitamente tendiamo a dare molto più peso a quelli che pensiamo essere tratti di personalità (caratteristiche disposizionali) piuttosto che a cause ambientali. Vale a dire: la persona si comporta così perchè è così di suo, non perchè sceglie (in modo più o meno conscio) di comportarsi in questo modo. La persona mi ha fatto una gentilezza perchè è gentile (caratteristica disposizionale), non perchè per qualche motivo lo ha scelto (causa situazionale) ed in un altro contesto si sarebbe comportata in modo diverso. Siamo di fronte all’ “errore fondamentale di attribuzione” e per andare più sul tecnico, si tratta di un linguaggio astratto che individua un locus della responsabilità interno. Una volta fatto questo, continuiamo il processo di caratterizzazione: in primo luogo tendiamo a tenere separati gli aggettivi che indicano tratti positivi da quelli negativi, come se fossero contenuti in due scatole diverse e non tutti nella stessa. In secondo luogo ogni aggettivo tende a richiamarne un’altro: se la persona mi sembra gentile, probabilmente sarà anche disponibile. Se disponibile probabilmente sarà anche di buon cuore. Se di buon cuore probabilmente sarà anche ben intenzionata e così via. Il fatto che consideriamo gli aggettivi positivi separati da quelli negativi fa si che molto difficilmente considereremo una persona gentile male intenzionata. Attenzione: questo non è impossibile, ma poco probabile nella maggioranza dei casi.
    Se poi nella prima fase abbiamo individuato una categoria sociale ben specifica, tenderemo a colmare il vuoto di informazioni riguardo la persona che abbiamo di fronte attraverso le informazioni sterotipiche contenute nella categoria: mi aspetto che un prete abbia comportamenti volti al bene del prossimo, che uno skin head sia facile a comportamenti antisociali, che un medico pensi al bene del paziente, che un poliziotto dedichi la sua vita al servizio della comunità e così via. Poco importa che gli stereotipi varino sia in base alla società, sia in base all’individuo: quello che importa è che una volta attribuite le caratteristiche alla persona, tenderemo a dimenticarci se provengono dall’osservazione o se dallo stereotipo.
    Questi primi due processi sono automatici ed inconsapevoli: vengono eseguiti in modo involontario senza che noi lo decidiamo e senza che ce ne accorgiamo. Sono sempre efficaci? Purtroppo no. Anzi, spesso sbagliano. Per dirla come direbbe Simon: sono processi buoni abbastanza, non perfetti.
    Bisogna tenere anche conto di due processi di distorsione a cui tutti andiamo in contro quando percepiamo i dati: il bias delle verità ed il bias di conferma. Il primo ci fa partire dal presupposto che chi abbiamo di fronte ci stia dicendo la verità (se in automatico partissimo dal presupposto che le persone mentano, avremmo un sovraccarico di informazioni da analizzare), il secondo porta a cercare le informazioni che confermano il nostro punto di vista e non quelle che lo smentiscono. E’ facile capire quali risultati possa produrre questa accoppiata.
  3. Correzione della prima impressione. E’ il processo che modifica le conclusioni raggiunte dalle operazioni condotte in precedenza analizzando le caratteristiche della situazione. Quando il volume di dati che contraddice la nostra valutazione supera una certa soglia, non siamo più in grado di ignorarlo: gli essere umani sono sistemi dotati di risorse limitate (tante o poche che siano) e cambiare una valutazione già fatta e finita comporta una spesa ingente di risorse. Per questo motivo tendiamo ad evitare e rimandare il più possibile questa terza fase – che a differenza delle precedenti non avviene in modo automatico ed inconsapevole – attraverso processi di negazione (uno schiaffo non è violenza domestica) o di giustificazione (è vero che mi ha dato uno schiaffo, ma è colpa mia se la cena era fredda). Dover tornare sui nostri passi vuol dire ammettere di aver torto (e non piace al bias di conferma) e destabilizzare un mondo che delinea non più così stabile. Se siamo costretti a rivedere le nostre conclusioni, allora è probabile che prenderemo in considerazione il contesto e procederemo mediante un’analisi algoritmica (razionale, ponderata, non emotiva).
    Se le informazioni sono scarse, se siamo poco motivati, se il contesto non ce lo permette, se stiamo facendo altro, se le risorse cognitive sono impegnate altrove, se abbiamo un’alta attivazione emotiva, se abbiamo pregiudizi forti, tenderemo a saltare questa terza fase ed a fermarci alle prime due.

Per andare sul concreto, che cosa comporta tutto questo? Ad esempio che tenderemo ad interpretare come “gentile” non tanto il comportamento specifico tenuta da quella persona in quella specifica situazione, quanto un suo tratto di personalità e quindi a generalizzarlo: quella persona mostra gentilezza perchè è una persona gentile, non perchè in quel contesto specifico ha un vantaggio a comportarsi in modo gentile. Come sostiene de Becker, fascino e gentilezza non sono due attributi caratteriali ma due strategie comportamentali volte ad ottenere un vantaggio. Se per esempio siamo di buon umore, siamo single da tempo ed abbiamo voglia di una relazione, se la persona che incontriamo ci ricorda qualcosa di positivo per noi, se parla in un modo piacevole o toccando temi per noi cari, se ci è stata introdotta da qualche amico, è molto facile che ci disporremo nei suoi confronti in modo positivo e ricettivo e saremo più propensi a valutarla in termini disposizionali positivi. Se inoltre dall’altra parte c’è la volontà a trarre in inganno, si potrà facilmente sfruttare questo meccanismo a proprio vantaggio, mostrando quei tratti che fanno costruire un’idea positiva, che in realtà non rispecchia le vere intenzioni. Possiamo aver ragione o torto, quello che conta è che una volta attribuita l’etichetta risparmieremo più risorse nel trovare una giustificazione ad un comportamento in contraddizione piuttosto che a dover rimettere tutto in discussione.

Con il rischio di accorgersi dell’errore quando ormai è tardi.

Se vedum prest,

Jacopo

Bibliografia

  • “Psicologia sociale” di Myers, Twenge, Marta e Pozzi, edizioni Mc Graw Hill, 2017;
  • “The Gift Of Fear” di Gavin de Becker, edizioni Dell, 1997.

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