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Set 03

Perchè non si interviene?

Il 13 marzo 1964, la ventottenne Kitty Genovese venne uccisa con una serie di coltellate mentre rientrava a casa nel Queens a New York. Dal momento in cui l’aggressione iniziò al momento in cui qualcuno chiamò la polizia passarono 45 minuti. Come mai nessuno intervenne prima, nonostante le urla della donna? Si trattava di persone insensibili? Malvagie? Apatiche? Oppure entrano in gioco altri meccanismi? Per rispondere a queste domande, psicologi sociali hanno condotto diverse ricerche negli anni, trovando una serie di risultati interessanti.

Vediamo cosa accade quando siamo spettatori occasionali:

  1. Accorgersi dell’evento.

    Può sembrare banale, eppure non lo è affatto: isolati nei nostri pensieri, spesso con le orecchie tappate dagli auricolari, la vista persa a controllare i social, la nostra consapevolezza situazionale è decisamente scarsa. Un altro fattore da conoscere è la pressione temporale: quando abbiamo poco tempo non ce ne concediamo per metterci in sintonia coi bisogni degli altri. Non ci accorgiamo di quanto accade attorno a noi semplicemente perchè siamo distratti. E se non ci accorgiamo di cosa succede non possiamo nemmeno prendere in considerazione di intervenire.

  2. Interpretare l’evento come un’emergenza

    Se qualcosa ha catturato la nostra attenzione, dobbiamo percepirlo come un’emergenza, vale a dire attribuire il significato di situazione in cui il nostro intervento può fare la differenza. Quando ci accorgiamo che qualcosa probabilmente non va, spesso non interveniamo immediatamente ma ci guardiamo attorno per vedere come stanno reagendo le altre persone (fenomeno che prende il nome di influenza informativa). Se percepiamo che le altre persone non sono preoccupate tendiamo a non preoccuparci nemmeno noi oppure a preoccuparci meno di quanto faremmo se fossimo soli. In qualche modo adeguiamo la nostra risposta a quella che pensiamo sia la risposta di chi ci sta attorno, senza tenere conto che le emozioni delle altre persone potrebbero non trasparire e che anche loro potrebbero stare guardando a noi per capire se siamo preoccupati o meno (fenomeno che prende il nome di ignoranza pluralistica).
    Questo è uno dei casi in cui la folla ha un effetto di inerzia e non attivante sul comportamento umano: si è meno inclini a prestare soccorso in presenza di altri spettatori occasionali (fenomeno che prende il nome di effetto passante).
    Una curiosità: un’altro fattore che inibisce l’azione è quando la situazione riguarda due coniugi. Sembra infatti che il vecchio adagio “tra moglie e marito non mettere il dito” produca ancora effetti.

  3. Diffusione della responsabilità

    In un contesto di folla, la responsabilità ad agire tende a diffondersi diminuendo l’impatto personale inteso come motivatore della condotta di aiuto: la folla depersonalizza e diminuisce la velocità di reazione del singolo. Questo fenomeno è ancora più accentuato nelle grandi città, dove si assiste a “sovraccarico sensoriale” o “affaticamento da compassione”. Più la città è grande e minore è la probabilità di ricevere aiuto.

  4. Conoscere la forma più appropriata di aiuto

    Sapere che cosa fare, quali operazione svolgere motiva all’azione e sblocca le persone. Quando non si sa cosa fare, invece, le persone tendono istintivamente a bloccarsi per il timore di essere giudicate negativamente da chi sta intorno (fenomeno che prende il nome di inibizione da pubblico). Sbagliare ma fare può infondere un timore maggiore di ricevere una valutazione negativa rispetto a non fare e lasciare morire? Secondo le ricerche, a quanto pare si.

  5. Implementare la decisione

    Accorgersi dell’evento, percepirlo come un’emergenza, sapere cosa fare non è ancora abbastanza. Prima di intervenire si compie un’ultimo step: la valutazione costi/benefici. Se tale valutazione risulta positiva si interviene, se negativa non si agisce. La possibilità di ricevere un danno fisico o sociale spesso fanno pendere l’ago della bilancia verso l’inerzia.

Sono risultati molto interessanti che mostrano alcuni aspetti del comportamento sociale umano che magari contrastano con la nostra idea di empatia o di bontà. La verità è che molte persone quella notte hanno sentito le urla di Kitty Genovese e hanno deciso di non intervenire perchè le hanno scambiate per una normale lite (!!!), qualcun’altro può aver pensato che ci avrebbe pensato un’altra persona e che quindi non era necessario intervenire, qualcun’altro semplicemente non ha pensato a telefonare alla polizia.

E’ interessante notare che coloro che accorgono dello stato di emergenza e che non intervengono, provano comunque uno stato fisiologico di attivazione: aumento del battito cardiaco, sudorazione, ansia.

Se vedum prest,

Jacopo

Bibliografia

  • “Psicologia sociale” di Myers, Twenge, Marta e Pozzi, edizioni Mc Graw Hill, 2017;

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