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Set 17

Perchè l’uomo violento non è un mostro

[vc_row class=”post-boxed-layout”][vc_column width=”2/3″][vc_column_text]Mostro. Animale. Bestia. Disumano.

Sono alcuni degli epiteti con cui – sopratutto sulla spinta dei media – ci siamo abituati a descrivere un uomo maltrattante. E la ragione è semplice e comprensibile: il comportamento è così brutale e gli effetti così traumatici che si sente inconsciamente la necessità di allontanarlo da noi, di vederlo diverso, come non appartenente alla specie umana. Una reazione naturale, un po’ come dire tu sei diverso da noi, non fai parte della nostra tribù. Secondo questa visione riconoscere un uomo maltrattante appare molto semplice: un mostro nel cui identikit spesso compaiono descrizioni come appartenente ad un basso ceto sociale, con un livello di cultura insufficiente, con un preciso colore della pelle e provenienza geografica.

Quanto sarebbe comodo se le cose funzionassero in questo modo? Purtroppo però la realtà è ben diversa: gli uomini maltrattanti non sembrano tali.

Infatti è molto comune che uomini maltrattanti:

  • godano della stima di amici e colleghi;
  • abbiano successo nel lavoro;
  • ricoprano ruoli lavorativi importati e/o di prestigio;
  • non abbiano problemi di dipendenze;
  • siano gentili, simpatici e spiritosi.

Ad un primo sguardo gli uomini maltrattanti sono in tutto e per tutto uguali a quelli non violenti: parlano come loro, si vestono come loro, sorridono come loro, si chiamano come loro fanno gli stessi lavori…

Togliere ad un uomo maltrattante la sua natura di essere umano vuol dire rinunciare a comprendere come poter riconoscere i segnali di sopravvivenza quando si è ancora in tempo a cambiare strada. Scegliendo di vedere un uomo maltrattante come un non-essere-umano si rinuncia infatti all’arma più potente che abbiamo a disposizione: la conoscenza.
Non solo, c’è un’ulteriore conseguenza i cui effetti possono essere devastanti: ci si crea uno stereotipo di uomo maltrattante che si discosta molto dalla realtà, che mal si applica al momento del bisogno, impedendo di identificare l’abuso come tale.

Quando le cose cominciano a prendere una piega spiacevole, difficilmente la donna pensa alla violenza come causa: se da un lato vede i comportamenti abusanti, dall’altro continua a vedere anche quelli più affettuosi. E può un mostro essere affettuoso? Questa dicotomia finisce per intrappolarla nella ricerca di un modo per poterlo aiutare, sulla convinzione che sia solo un brutto periodo, che l’alternanza di alti e bassi (che è tipica di un legame violento, ti suggerisco di leggere a tal proposito l’articolo riguardo al ciclo della violenza di Walker che trovi qui) possa essere stabilizzata sugli alti con un po’ di impegno.

Ma il punto è che la violenza all’interno della coppia non è MAI un problema di cattive dinamiche relazionali e non è quindi un problema della donna: la violenza risiede a monte nella mentalità dell’uomo ed è semmai un problema che viene rovesciato su di lei. Questo spiega perchè a prescindere da quanto impegno tu possa investire nella relazione (e normalmente è tanto!), la situazione non migliora. Anzi, potrebbe anche peggiorare, perchè più potere e controllo ottiene e più se ne aspetta: “se fin’ora mi ha dato tutto questo (che per inciso mi è dovuto), chissà fino a dove mi posso spingere?”.

Ti ricordo che è attivo il numero gratuito 1522 che puoi chiamare per chiedere aiuto se subisci violenza o se pensi che qualcuno che conosci la stia subendo.

Se vedum prest,

Jacopo

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