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Nov 03

Cosa accade quando si insegna il rispetto?

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Dal 2009 a Nairobi, in Kenya, è in vigore un programma che si pone di combattere gli stupri commessi nei confronti delle donne, operando nelle zone più povere della capitale. Le “consent classes” (lezioni di consenso) tenute dall’associazione No Means No Worldwide (NMNW), affrontano forse per la prima volta costruttivamente una questione tanto delicata come la violenza carnale, in una città in cui la percentuale di stupro è di 1 ragazza su 4. E la bellezza di questa iniziativa, a mio avviso una vera e propria svolta, risiede nel fatto che non si limita al solo insegnamento della tradizionale difesa personale alle donne, ma lavora anche sulla vera causa del problema: la mentalità maschile.

Intervistando i ragazzi sono emerse convinzioni comuni ben precise che prevedono situazioni in cui stupro è giustificato, fra le quali:

  • portare una ragazza ad una cena costosa;
  • quando la ragazza indossa la minigonna;
  • quando la ragazza è in giro da sola di notte.

Ora, uno dei presupposti del Coaching afferma che le persone compiano le scelte che percepiscono migliori, in base alle risorse che percepiscono di avere in quel momento. Un concetto che sicuramente funziona molto bene in ambiente life o sportivo, forse un po’ troppo azzardato quando si parla di un atto così estremo come lo stupro?

Secondo il sito ufficiale di NMNW nelle zone in cui il sistema è stato introdotto, gli stupri sono diminuiti del 51%, il numero di ragazze che è stato in grado di fermare uno stupro nei 12 mesi successivi al corso è aumentato del 50% e le gravidanze in età scolare sono diminuite del 46%. Ma non solo: la percentuale di ragazzi che ha deciso di intervenire a difesa di una ragazza è aumentata dal 26% al 74%. Questo vuol dire che facendo opera di informazione e fornendo competenze, le persone si trovano nella posizione di percepire a loro disposizione risorse diverse. E valutando diversamente una situazione il risultato è che hanno la libertà di compiere scelte migliori. Un sistema di educazione (dal latino “e ducere”, condurre fuori) fa leva sulla parte migliore dell’essere umano, consentendogli di poter accedere alla parte migliore di se e di impiegare un’energia diversa: quella che si sprigiona compiendo atti costruttivi.

Creando autostima (ti ricordo che l’autostima è qualcosa che si fa, non che si ha), ristabilendo i confini che ci differenziano dall’altro, che fanno si che non ci sentiamo di proprietà di qualcun altro, permette di poter trovare dentro se stessi la forza di poter gridare “NO!”, un no sano, un no costruttivo, un no salvifico. Un no che si libera dell’etichetta di vittima che la società ha appiccicato ed afferma invece la sua identità indipendente.

Non mi stancherò mai di dire che la violenza di genere non è un problema delle sole donne, ma un problema che ci riguarda tutti. La violenza è come un onda che attraversa l’intera società: qualcuno viene solo sfiorato, qualcun altro si schianta contro gli scogli. Per poter cambiare efficacemente la realtà è necessario insegnare convinzioni migliori, sia alle ragazze che ai ragazzi, cominciando fin dalla tenera età. Cambiando prospettiva, insegnando una mascolinità positiva, fondata sul riconoscimento e sul rispetto della differenza altrui, si fa leva sulla parte migliore dell’essere umano.

E’ tempo di passare da un sistema repressivo, basato sulla paura e sulla convinzione che la violenza sia imprevedibile e che colpisca senza preavviso, ad uno che riporti fiducia nel futuro, insegnando alle persone ad accedere ed esprimere la loro parte migliore. Anche se non si eliminerà il problema da un giorno all’altro, anche se continuerà ad esserci la necessità di avere un sistema giuridico che tuteli i diritti ed uno penitenziario che isoli gli individui pericolosi, a Nairobi hanno dimostrato che lo spazio di miglioramento è enorme.

Qui sotto puoi vedere un video di presentazione del programma:

Se vedum prest,

Jacopo

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